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Questa non è un’Arcadia

I sogni più ispiranti non sono quelli sospesi al limitare della notte, ma quelli fatti ad occhi aperti, in pieno giorno, che danno lievito e slancio alla pasta della realtà. O meglio, quelli che le relazioni producono, innescando certi virtuosi scambi che rendono la realtà finanche superiore ai sogni che la covavano.

È con questa piccola, straordinaria consapevolezza trapunta di gratitudine che, ad Annifo, ultima propaggine montana del Comune di Foligno che incrocia i tratturi memori di popoli transumanti e di resistenti in un’ampia confluenza di frontiere e si affaccia su boschi e prati e crinali, di vedetta tra il Nocerino e i valichi marchigiani appena al di là della mole di Monte Pennino, nel pomeriggio di sabato 29 agosto 2026 prende il via la seconda giornata del festival letterario La forma dell’acqua, giunto alla seconda edizione.

Remando controcorrente, quasi per una fantastica inversione del principio gravitazionale, dalle acque del Clitunno, del Timia e dell’Aiso di Bevagna, dove la sera precedente ruggivano i leoni di Sicilia in occasione dell’incontro inaugurale, la manifestazione risale fino agli schiocchi delle antiche fonti d’Appennino, alle generose conche carsiche, ai verdi altopiani plestini per ospitare, per i due fine settimana consecutivi, l’intera altra parte del programma, con doppi appuntamenti tra la biblioteca di Annifo e la palude di Colfiorito, sia di sabato che di domenica.

Il momento è carico di gioia ed entusiasmo, ad Annifo, come quando si ritrova l’aria elettrica e benedetta di un rito. Dalle grandi finestre del salone filtra una luce festosa, che bacia quanti arrivano, mentre le cime dei Sibillini increspano le nuvole dell’orizzonte. Il paese è pronto e saluta i convenuti e le convenute, con i volontari della pro loco e l’affezionato don Flavio, il centenario Omero gentile che rinnova sempre la disponibilità delle pertinenze parrocchiali.

La sorpresa dello scorso anno, che cioè tra le montagne di casa, un po’ come a Pordenone, un po’ come a Mantova, un po’ come a Torino, ma con una formula tutta cucita e adatta a questi luoghi, avremmo avuto il dono di accogliere le penne migliori del nostro tempo insieme alla strepitosa tessitrice di storie e di incontri che è Loredana Lipperini e alla smagliante squadra di Umbria Green Festival, questa volta si è incamminata sul binario della volontà corale, ovvero di appuntamenti che, rafforzando lo smalto e il sapore forte dell’avventura, aspirano a diventare tradizione: qualcosa che resta, qualcosa che ritorna, proprio come fanno gli amori, proprio come fa la gente d’Appennino. Così, come ebbe a scrivere Pavese in una lettera a Fernanda Pivano: «Cara Nanda, l’inverosimile è avvenuto».

L’intesa è stata pressoché immediata, perché in effetti crediamo che fare cultura in montagna non sia così peregrino; anzi, è forse proprio dai margini che possiamo tornare a osservare il mondo con occhi snebbiati, ritrovare l’incanto, da una parte, per accorgersi di ciò che inferno non è, e acuire i sensi e il pensiero, dall’altra, per non cedere alla meschina indifferenza.

A dispetto delle tendenze consumistiche, che piegano la montagna a un uso puramente edonistico; a dispetto delle ragioni speculative, che ne valutano solo un possibile profitto estrattivo; a dispetto delle retoriche dello spopolamento, che non guardano invece alle luci accese dentro al buio diffuso, questo festival che ravviva il protagonismo della montagna locale, mai pullulante di iniziative come ad agosto, ci ricorda e testimonia che l’Appennino è comunità, è civiltà: è certamente un patrimonio di storia, paesaggio e beni naturali e antropologici da custodire, da raccontare; ma è oggi più che mai un futuro da costruire, uno spazio sociale e operoso dove con-vivere, saldo nelle radici di cui dovremo aver cura senza perdere di vista il fiore, le chiome, tutto ciò che intercetta quell’orizzonte che è già presente, le incognite della vasta superficie, la vertigine del cielo.

Esagero: l’Appennino è uno spazio politico, dove l’opportunità di incontrarsi nel segno della parola e della buona letteratura, che risveglia il cuore e affila la mente, vuol dire mettere al cimento la vita dove per altri non vi è che deserto; moltiplicare le risorse dove per altri non esistono che limiti; recuperare le parole dall’interno proprio dove la perdita dei servizi, la rada rappresentatività, il progressivo invecchiamento degli abitanti denuncerebbero l’inesorabile mutismo dei margini. Suona familiare alla fibra ostinata e desiderante di queste terre alte l’audacia del motto che Enzo ed Elvira Sellerio adottarono all’atto di fondazione dell’omonima casa editrice, sostenendo che «il centro guardato dalla periferia è la chiave per scoprire che la periferia è il centro».

È proprio questa la nostra ripromessa; e il festival ne è un felice avveramento. È anche la scommessa dei ritorni, perché le cose buone non finiscono mai davvero – e questo la montagna lo sa –, prendono solo altra forma ma continuano a tenerci coesi. L’acqua, che d’inverno trasforma il piano di Annifo in un lago, svanisce nel riprendere il corso delle falde, finalmente riassorbita; ma, non visto, quel corpo acquatico continua a esserci: tutto lega, tutto nutre avvolgendo e trattenendo gli altopiani per le vie del sottosuolo. Nessun filo d’erba patisce la sete, perché i grandi serbatoi sotterranei, cangianti nella forma ma immutabili nella sostanza, irrorano come un centro pari a tutti gli altri ogni vivente della periferia. Allora pure le parole di questi giorni, così trasformanti come l’acqua – così necessarie e inestinguibili – siano il nostro migliore giacimento segreto e condiviso per attingere linfa quando in altre stagioni verranno a dirci che la montagna è prosciugata.

Non un’elegia di crepuscolo, ma un canto fiducioso di altre mattine sembra provenire dall’altopiano e recitare i versi di Orazio: «Non omnis moriar» – Non morirò del tutto. Accogliamolo, dunque; e proviamo a intonarlo insieme, perché i paesi non restano soli, se soli non li lasciamo.

Biografia

Bibliotecario, per amore prima ancora che per mestiere, laureato in Lettere Classiche, di fatto eterno studente. Nato a Foligno (PG), è figlio degli altopiani plestini, dove vive stabilmente e si adopera come volontario e moderatore in progetti di rigenerazione sociale e valorizzazione culturale dei paesi dell’Appennino folignate. Collabora con varie realtà associative della montagna locale, occupandosi in particolare della gestione della Biblioteca di Annifo, che ha contribuito a fondare nel 2015, e delle iniziative annuali legate alla manifestazione di coordinamento collegiale Musica all’Altezza, che propone escursioni e concerti nel comprensorio montano di Foligno, Nocera Umbra e Sellano. Scrive per la rivista culturale folignate ChiaroScuro Slow Press, con incursioni saltuarie nelle colonne della Gazzetta di Foligno e del Bollettino della Pro Foligno. Socio ordinario dell’Accademia Fulginia, si impegna in ambiti convegnistici e cura l’editing di pubblicazioni collettanee. Veste i panni urbani con agile spirito di adattamento, ma è sempre in ascolto del richiamo della foresta.

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