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Florilegio Dickinson

Il mio primo buon giorno – dopo tanta malattia
chiesi di andar fuori,
a prender in mano la luce solare,
vedere le creature in vaso

sbocciate giusto quando io
ero alle prese col malanno,
incerta su chi tra me e lui
si sarebbe dimostrato il più forte.
(n. 574, 1862)

Stare tra fiori e piante, contemplarne le varietà, le tonalità, le fragranze, è assorbirne la qualità ineffabile e immedesimarsi ricavandone leggerezza, sospensione delle fatiche quotidiane e degli oneri sociali. Ci si trasforma in spettatori di attori amatoriali che prendono la scena e fanno bella mostra di sé, fieri di fisionomie artistiche e talenti naturali, prodighi di consigli sulla bellezza, effimera ma galvanizzante, gratificante in modo definitivo. E in molte circostanze si decide di tacere, per rivelare per loro tramite quei sentimenti e quelle verità che il linguaggio non sa rendere adeguatamente. Per questo vengono utilizzati per arredare, abbellire, colorare e rinverdire, vivificare le stanze, consci che il gaudio durerà poco.

Si dice, infatti, che qualcuno è “un fiore” per intendere che è al meglio del suo aspetto, la bellezza è fior caduco, la delicatezza è a fior di labbra. Si chiamavano fioretti i buoni propositi di maggio, per “ricordanza” si riponevano fiorellini
compressi in quaderni e volumi, si disponevano sacchetti di lavanda in armadi e cassetti, si conservavano a seccare i petali.

Tutt’oggi si portano fiori sui luoghi di incidenti e crimini efferati, se ne coprono le bare per evocare il massimo splendore, transeunte eppure sufficiente a dar valore, in alternativa a opere di bene, più durature però prosaiche e troppo umane. Se ne adornano le tombe (anche con riproduzioni artificiali), affidando nelle lunghe assenze a pietosi custodi del camposanto il compito di assicurare l’acqua che ne prolunga la sussistenza.

Se non mancano mai tra i poeti, è senza dubbio Emily Dickinson ad assegnare ai fiori un ruolo decisivo nella scrittura e nella vita, rendendoli un compendio mirabile della fragilità costituzionale, della vulnerabilità di cui farsi carico e del dover essere innato privo di imposizioni esterne. Sicché, le è agevole trasfigurarsi nell’omaggio floreale: “Nascondo me stessa nel mio fiore / affinché appassendo nel tuo vaso, / tu, inaspettatamente, senta per me / quasi una solitudine” (n. 903, 1864).

In una delle liriche più note, prediletta da Cristina Campo, confida di non aver ancora rivelato al giardino, all’ape, alle colline dove tanto ha vagato e ai boschi diletti, che una personcina insignificante come lei abbia l’audacia di morire ed entrare nell’enigma (n. 50, 1858). Osservando le fioriture periodiche, il pettirosso che canta, i mesi verdi e luminosi, si interroga sul fenomeno della rinascita, se non arrivi il momento in cui l’arte si estingua e venga meno la possibilità di
ammirare un volto tanto bello (n. 1080, 1866). Perché sono soprattutto gli abitanti vegetali del mondo i testimoni più credibili della consapevolezza della mortalità e dell’impermanenza.

L’orto e la serra diventano la sua occupazione preferita nell’ultimo decennio, a vicine e conoscenti invia mazzetti di campanule, nasturzi, mughetto selvatico o indian pipes. Invecchiando confessa di provare sempre maggior rispetto per le delicate piantine, la cui apprensione o passione supera la sua. Sa che il fiore che ha mandato giungerà “defunto” al destinatario, ma chi lo riceve penserà che era vivo quando ha lasciato la sua mano.

È un gesto intimo e personale, che fa capire come mai le prime parole della signora Dalloway nell’omonimo romanzo di Virginia Woolf siano l’annuncio di voler acquistare personalmente i fiori, un compito che non le spetterebbe essendo moglie di un politico e quindi di rango elevato.

Robert Frost, forse il poeta americano più significativo del Novecento, per altro a più riprese insegnante all’Amherst College, restando nel solco dickinsoniano sottolinea che una sola primavera conta per i fiori più di dieci piene estati, quando la sera chiudiamo casa non facciamo mente locale al fatto che li lasciamo fuori, persino i ladri passano sull’erba senza molestarli, limitandosi tutt’al più a spezzare qualche gambo.

Dickinson offrirà fiori in premio a chi può definire l’estasi con cui essi ci umiliano, donerà le margherite che ondeggiano sul colle, se qualcuno trova la fonte da cui sgorgano quegli impetuosi flussi. C’è troppo pathos sui loro volti per un petto semplice, il loro codice estetico è decisamente superiore al nostro, al pari delle farfalle di Santo Domingo, naviganti attorno alla linea viola dell’equatore (n. 137, 1859).

Per lei “fiorire è il risultato” (n. 1058, 1865), l’esito, la conseguenza e la conclusione, perché ne coglie la tensione ascensionale, quel crescere in verticale, salire e puntare in alto, una maturazione finalizzata e programmata, prodotto di un processo interno (se son rose, fioriranno), che viene assecondato e favorito da chi ne ha cura.

Dopo un certo numero di stagioni, avendo fatto il suo tempo e non potendo più rinvigorire, Emily cede e si devitalizza, ma fa in modo di poter essere conservata tra le pagine dei libri, come nel quadro che la ritrae a dieci anni con un erbario, rivelando un’attitudine precoce alla conoscenza e allo studio naturalistico. Una modesta tela di un pittore itinerante di passaggio ad Amherst nel 1840, ce la mostra con una testa voluminosa, capigliatura corta alla maschietta color rame, grandi occhi che puntano dritti all’osservatore, un vago sorriso di saggezza e superiorità, tra le dita un quadernetto aperto e un fiore in evidenza. Da allora essicca e registra con rigore scientifico centinaia di esemplari, guadagnandosi la fama di esperta di giardinaggio, capace di coltivare varietà esotiche in pieno inverno. Così, gradualmente, gli affetti, le relazioni, lo stesso vivere si trasferiscono sulla carta.

La primavera giunge sul mondo
guardo l’aprile –
senza colore per me fino al tuo arrivo
come prima dell’ape
i fiori rimangono negativi,
richiamati alle circostanze
da un ronzio.
(n. 1042, 1865)

 

° Poesie tradotte dall’autore

Biografia

Nato in provincia di Salerno, psichiatra e sessuologo, lavora nell’ATS di Milano ed è membro della Commissione Psicoterapia dell’Ordine dei Medici di Monza. Ha alle spalle una storia di costante impegno sociale (cofondatore della prima Associazione italiana nel campo Aids), progetti di educazione alla salute nelle scuole e formazione degli operatori. Morretta ha collaborato a produzioni radiofoniche, teatrali ed editoriali (Enciclopedia Amare Fabbri Editori e rivista Babilonia). Ha pubblicato saggi di approfondimento psicologico e culturale, tra i quali: Assistenza domiciliare a persone con Aids (Franco Angeli, 1992,) Il percorso del morire (Unicopli, 1995), Che colpa abbiamo noi. Limiti della sottocultura omosessuale (Viator, 2013), Tracce vive. Restauri di vite diverse (Viator, 2016), Viva Dalida. Icona immortale (Viator, 2017), Questo matrimonio non s’ha da fare. Crisi di famiglia e genitorialità (Viator, 2019). In uscita, a maggio, Tra di noi l’oceano. Modernità di Emily Brontë ed Emily Dickinson saggio edito da Gruppo Editoriale Viator. Un archivio di articoli e scritti è consultabile sul sito https://www.mattiamorretta.it

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