Il sapore delle mele d’oro
Consumismo e carestia spirituale
Nel mercato del benessere la buona tavola e l’educazione alimentare sono spesso il profilo migliore della sofisticazione esistenziale, un falso ideologico che spinge a concentrarsi sui bisogni di un’identità di superficie, lasciando nell’inedia l’interiorità.
Allora te parrà nigente
la satolla delo ventre
e lo ioco co la gente
ked ai facto tante volte…
(Jacopone da Todi)
Seneca, già cagionevole e sofferente d’asma, per seguire la filosofia pitagorica in adolescenza aveva adottato uno stile ascetico vegetariano, dal quale lo distolse il padre per il pericolo di venire confuso con ebrei e sette perseguitate dall’imperatore Tiberio a causa dell’astensione dalla carne. Mutatis mutandis, nel negozio sociale odierno si afferma l’ortoressia (mangiare correttamente), con schiere di cultori del biologico, vegani duri e puri, crudisti, patiti di etichette con data di scadenza e segnalazione di allergeni, ogm free, assenza di olio di palma, filiera controllata, agricoltura sostenibile o verticale a vantaggio del cliente e del pianeta.
L’Inghilterra, non molto quotata dal punto di vista culinario, si fa vanto di avere una squadra di calcio composta di soli vegani, insignendola del titolo di “club a emissioni zero”. Intanto in ampie zone di Paesi ad alto sviluppo, in testa gli Stati Uniti, si diffondono i deserti alimentari, cioè aree ove i cibi “sani” e “migliori” risultano quasi inaccessibili, in quanto costosi o acquistabili giusto compiendo lunghi tragitti, con la scomparsa di coltivazioni domestiche, orti, piccoli distributori, soppiantati da grandi ipermercati costruiti in punti strategici della rete viaria.
Il colore del pane è forse l’indicatore più evidente dell’inversione gerarchica in democrazia, visto che una volta i nobili lo mangiavano bianco, i borghesi scuro e i poveri nero, mentre oggi sono i benestanti a preferire le farine non raffinate per distinguersi e farsi notare. E via con integratori, armonizzatori, acutizzatori, linee dedicate all’equilibrismo organico, accanto a prosciutti con l’aroma di biscotto per sollecitare la memoria infantile e merendine drogate per preparare i piccoli a quel che li aspetta, passando per l’extravergine annacquato. Perché nell’apoteosi del gusto più si certifica la qualità e più è garantita l’impostura, anzitutto ideologica.
La Commissione Europea caccia dalla porta sostanze che rientrano subito dal balcone, come nel caso dei famigerati ftalati vietati da una parte e ignorati dall’altra (negli imballaggi di platica e persino in articoli di uso sanitario per bambini). Le dichiarazioni di fede politica e scientista si traducono in codici a barre e didascalie, guide multilingue nel paese della cuccagna e di quello senza zuccheri, per consumatori alle prese con adiuvanti, edulcoranti, surfactanti, fitofarmaci, pesticidi, contaminati dall’utero alla tomba, o meglio all’inceneritore.
Per reazione al fast o street food c’è chi acquista prodotti privi di glutine o lattosio, pur non essendo intollerante, per sentirsi alla moda. Nel clima teatrale di narcisismo obbligatorio si recita la parte di chi predilige uno stile di vita salutare, la frugalità e la naturalezza al desco a prezzo maggiorato, facendo diete estrose per vanagloria e non per mitigare la gola. Di converso si è arrivati alla consacrazione del vino (da discount) e delle ostie gluten free (aromatizzate), acquistabili in rete e non più preparati da istituti religiosi, così il libero scambio sale sull’altare.
Intanto che si discetta sull’incubo dell’esaurimento di risorse, proponendo di rimediare con cereali sintetici e insetti appetibili, si gettano quintali di avanzi e si organizzando corsi di cucina stellata, poiché sprecare è uno status symbol di elezione. E in parallelo crescono come alghe le anomalie del comportamento alimentare, ben al di là delle canoniche anoressia, bulimia, obesità, tra muscolosi anabolizzati, sgonfiati con punture o amfetamine, diversamente celiaci, vittime del fascino della cattiva digestione, stilisti del digiuno, questuanti della farmacocrazia e dell’omeopatia.
Di fatto la sopravvalutazione del mangiare e bere, turismo enogastronomico incluso (la sorpassata “società dei magnaccioni”), è conseguenza della concezione materialistica della vita, sicché l’uomo diventa in concreto ciò che mangia e deve vigilare con ansia su quel che introduce nel corpo, benché non vi sia inquinamento più pericoloso di quello spirituale, che ottenebra la mente e indebolisce la capacità di adattamento alla realtà. Certo, è più facile credere di poter gestire a tavola il problema dello stare al mondo, trascurando di tutelare e far maturare l’interiorità.
E dire che in passato non erano previste pietanze sgradite, tranne per potenti e notabili, che si confermavano altolocati grazie alle idiosincrasie. In verità l’adagio “o mangi questa minestra o salti dalla finestra” del vetusto regime repressivo vale ancora, però invertito, mediante l’imposizione della mensa che rispetta i criteri di esperti accreditati, non senza concessioni alle minoranze etniche o religiose. Tanto che verrebbe da ricantare l’inno ribelle di Gian Burrasca “Viva la pappa col pomodoro”, contro tutti i menu approvati nella democrazia “corretta” (e corrotta).
Per le masse invece trionfa il motto seduttivo “All you can eat”, l’assolutizzazione del palato e del ventre, al punto che solo provando disgusto ci si frena o arresta in una condotta nociva, essendo scarsa o nulla l’autoconsapevolezza. Sicché si deve arrivare al fondo del barile per accorgersi della feccia. Non sorprende quindi che basti un accenno alla pandemia o alla catastrofe per vedere svuotare supermercati e riempire frigoriferi da parte di cittadini, digitali nativi o immigrati, intolleranti a patire una carestia ancestrale allucinatoria.
E occorrono pure negozi esclusivi per gli animali d’affezione, testimoni della sensibilità e grandiosità dei padroncini, per i quali sovente fungono da sostituti del prossimo. Tuttavia, se i tacchini della festa di ringraziamento non finiscono più in pentola, sono inevitabili gli allevamenti intensivi di galline, maiali e agnelli impregnati di antibiotici, o di mucche che non vedono mai l’erba, pompate per produrre quantità enormi di latte. Perché la coperta globale è corta e tirando da un lato si scopre l’altro, non son più i tempi della vecchia fattoria ia-ia-o.
Gli stessi che prendono a cuore la malasorte degli anonimi poveracci a rischio di morte per fame e per sete, oppure di patologie respiratorie a causa di modalità malsane di cottura (in ambienti angusti e con materiali scadenti di combustione), si appassionano a lezioni e concorsi di cucina, uomini e donne con la sindrome della pancia piena attenti al dettato di master chef. “Il corpo ingrassa e l’anima dimagrisce” (tuonerebbe Teresa d’Avila), un’abbondanza da crociera di lusso col contentino della raccolta di fondi per i più sfortunati, amaro di fine pasto per digerire meglio.
D’altronde è di tendenza incontrarsi al ristorante, visto che ricevere a casa è troppo privato e non dà abbastanza l’impressione di socialità. Difatti le ONG metropolitane invitano a pranzo in albergo una rappresentanza di emarginati, chiamati altresì a corte da papi e prelati nelle feste comandate, bontà a ore attestata da telecamere e giornalisti. Al contempo si ordinano sciocchezze culinarie recapitate al domicilio da servi su due ruote, fomentando lo schiavismo sotto mentite spoglie, analogo a quello del caporalato nei campi per rifornire le mense degli indifferenti signorotti di città.
Eh già, che sia digiunare o banchettare, tra lieti calici e buone forchette, è comunque questione di sentirsi protagonisti e vincenti. Tanto che nessuno correla il malessere diffuso con il continuo farsi oggetto di attenzioni e premure fisiche. Eppure, a dispetto delle spese per convivi, terme, agriturismi, yoga, massaggi, trattamenti estetici e psicologici, ad aumentare sono esclusivamente frustrazione e insoddisfazione. Marina Cvetaeva ne anticipava un secolo fa la ragione: “L’egoismo è concentrazione sul sé sbagliato, per esempio lo stomaco o i malanni fisici”.
La verità è che a furia di “consumare” si esaurisce l’interesse per ogni altra cosa, dimenticando che non di solo pane vive l’uomo, ma di parole, pensieri, affetti, valori. Perciò Virginia Woolf, scrivendo nel dicembre del 1906 all’amica Violet Dickinson, teneva a precisare: “Io mi rivolgo alla parte immortale e scaglio parole di fuoco in quell’aere superiore dove abitano le anime. Esse ti trafiggono a mo’ di fulmini, e rinvigoriscono il tuo spirito; invece, se ti chiedessi come hai dormito e con quali cibi ti stai nutrendo, affonderesti nei tuoi nervi e nelle arterie e nei tuoi floridi cuscinetti di carne, e forse la tua fiamma potrebbe affievolirsi e spegnersi del tutto”.
E dunque? Lasciando perdere le fazioni degli ingordi e degli astinenti, buongustai e di bocca buona, carnivori ed erbivori, converrebbe dedicare le migliori energie alla ricerca dei pomi immaginari da piantare nel giardino interiore. Sono queste le mitiche mele d’oro che spezzano l’incantesimo dell’apparenza e dello specchio, il timore morboso della triade fame, malattia e morte. Chi le contempla assapora una componente divina latente e acquisisce la doppia cittadinanza, terreste e celeste, come certe chiese con facciate modeste e un’intimità preziosa, da stanza del tesoro.
Perché dentro di noi, in particolare nelle ossa, le memorie ereditarie attendono di venir nutrite con i contenuti simbolici che in antico cercavano di rispondere agli enigmi dell’esistenza, non modificati dalle conquiste tecnologiche e scientifiche, le trasformazioni dei mezzi di comunicazione, le mutazioni genetiche e di laboratorio. Ricette e ingredienti che rianimano un mondo umano altrimenti ridotto ad algoritmi e processi biochimici. Pertanto il nostro compito è provare a realizzare l’equilibrio tra sfera inferiore e sfera superiore, dando a ciascuna quel che le spetta, avendo cura di aggiungere sempre il posto a tavola per un angelo.
Mattia Morretta