Artaud e la (non) comunicabilità
È davvero possibile comunicare ed essere compresi da chi ci ascolta? Siamo capaci di tradurre in parole ciò che ci passa per la mente? Queste domande non hanno una risposta univoca. A chiunque capita di domandarsi se il concetto che ha espresso sia stato pienamente tradotto e ricevuto dal suo interlocutore: Antonin Artaud (1948-1946) drammaturgo, poeta, attore e pittore, tra i più visionari del Novecento ha fatto della questione della comunicabilità efficace uno dei nuclei ricorrenti della sua ricerca artistica e personale.
Artaud ha sofferto fin da giovanissimo di disturbi depressivi e forse anche per questo motivo non si riteneva in grado di comunicare e di esprimersi pienamente e di farsi capire.
Convinto che l’universo fosse governato da un’entità malvagia, che costringeva lo spirito dell’essere umano ad essere confinato nella carne “ingombrante”, ha esternato di continuo quanto le parole con cui si esprimeva non fossero esatte, non potessero descrivere il pensiero che lui aveva formulato nella mente.
Artaud è talmente convinto di non saper parlare con l’altro che lo ripete continuamente, soprattutto nel Pesa-Nervi (1927). Proprio in quest’opera – il suo diario infernale -Artaud scrive che una parte della sua mente gli rema contro e gli “ruba le parole” nel momento stesso del loro affiorare nel pensiero.
Per Artaud non riuscire a comunicare in maniera puntuale ciò che prova è una condizione insanabile.
Il suo orrore di fronte all’impossibilità di comunicare sembra potersi quietare sul palcoscenico (Artaud è stato, infatti, un attore importante che ha lavorato con i maggiori registi della Parigi del primo Novecento). Recitando, questa sua smania si calma, almeno in parte, e lui si riconnette al flusso energetico da cui si sente spossessato.
Vivendo il mondo del teatro dall’interno, Artaud è certo che serva una rivoluzione. Il cambiamento per Artaud deve riguardare proprio il modo di comunicare con lo spettatore. Nella ricerca di una comunicazione più diretta e profonda, Artaud si affida alla comunicazione non verbale e spesso fa riferimenti al misticismo e alla ritualità antica, soprattutto extra-europea, ritenendo le forme ancestrali di spiritualità come le più pure e profonde. Per lui queste modalità di rappresentazione vanno riprese anche nel teatro moderno in quanto in esse riconosce una sorta di unità tra psiche e fisicità.
Il testo letterario di riferimento non viene eliminato, ma viene data maggiore importanza alla comunicazione attraverso il corpo umano degli attori e non umano delle luci, dei suoni, dello spazio stesso.
Artaud vuole creare un dialogo tra opera e pubblico basato sull’attivazione dell’inconscio di tutti coloro che partecipano all’azione. Per lui il teatro è un mezzo di trasformazione di tutte le persone coinvolte e ritiene che la comunicazione più pura avvenga attraverso immagini naturali, “nude”, scaturite dall’inconscio del regista, che a loro volta toccano intimamente lo spettatore e lasciano un’impronta in lui.
La concezione di teatro in questo caso è totalizzante e coinvolge tutti i sensi dello spettatore, perché Artaud è convinto che ciascuno di noi comunichi soprattutto attraverso i sensi e che questo tipo di comunicazione sia viscerale, quindi molto più vera di qualsiasi frase possa essere espressa a parole.
Nei manifesti del Teatro della Crudeltà (1932 e 1933) egli teorizza questa visione teatrale in modo molto dettagliato, descrivendo come verranno utilizzate le luci, i suoni, lo spazio, e quali saranno i temi. Il tutto concorre a creare un ambiente in cui il flusso dell’inconscio corre libero, uno spazio immersivo in cui il pubblico è coinvolto sotto ogni punto di vista. In particolare, Artaud posiziona il pubblico al centro del palco, permettendogli, con sedie rotabili, di seguire lo spettacolo, che a sua volta occupa tutto lo spazio disponibile, trovandosi come al suo interno.
I temi trattati sono noti al pubblico e riguardano eventi come il delitto, la follia, l’amore e la guerra, tutte situazioni che possono risvegliare l’inconscio dello spettatore. L’idea è quella di rappresentare situazioni cariche di tumulti emotivi che, secondo Artaud, ricreate in un contesto diverso dalla realtà, sono in grado di sollevare lo spirito.
Artaud ha indagato le possibilità comunicative dell’essere umano, progettando nuove soluzioni per arrivare ad un dialogo profondo e interiore con l’altro. L’urgenza comunicativa si è fatta così dirompente in lui da travolgerlo.
Probabilmente non ha trovato la pace interiore, nemmeno indagando così intimamente la sua psiche, ma sicuramente ha gettato le basi per il teatro contemporaneo.