DIO O IL SOLE di Marisa Zepparelli – Capitolo I
“Finché esistono molti
pozzi per attingere
acqua,
non si sente l’angoscia
ch’essa possa venire
a mancare.
Ma quando ce
N’è uno solo!”
IV, 1354, pag.22
Kierkegaard
“Diario”
Prefazione
La nascita del libro, legata a un periodo difficile della mia vita, segna il passaggio da una stagione di conflitti a un’altra di calma relativa, quasi che il raggiungimento di tale condizione dovesse passare per la rielaborazione dei ricordi infantili e la narrazione di una storia di formazione. Dio o il Sole arriva dopo 7 raccolte poetiche (la prima della metà degli anni ’70) e dopo Angela Mai, il mio primo racconto –. Ho avuto un’esperienza scritturale che sembra convalidare l’opinione leopardiana secondo la quale prima arrivano i versi e poi la prosa (espressa dal poeta a Pietro Giordani nell’epistolario), sebbene, a tal riguardo, non si possa certo generalizzare. Leopardi è una stella del mio firmamento, insieme a Tasso Alfieri e Foscolo, Ungaretti Montale Pasolini Gadda Caproni. La narrazione, subito connotata da caratteri di necessità, è iniziata da un primo blocco di ricordi relativo a un lontano pomeriggio di agosto e concernente la mia solitaria attesa della fine del mondo, blocco che si è trasformato nel tentativo della protagonista di coinvolgere familiari, amici e vicini al fine di condividere il terrore e progettare una qualche difesa comune. Di conseguenza il libro non è la narrazione di ciò che è stato ma di ciò che avrebbe dovuto essere, secondo il principio etico generale Nessun essere umano deve essere lasciato alle sue paure, fondate o infondate che siano.
Conseguentemente la narrazione si è occupata anche – e soprattutto – delle resistenze dell’ambiente all’applicazione di detto principio, poiché una delle leggi a cui obbedisce la scrittura è quella della verosimiglianza. Talvolta il dover essere, con i necessari intralci, ritardi – travisamenti – impedimenti, è più verosimile dell’essere, poiché consente di procedere in profondità e di illuminare di significato le vicende umane. Per quanto attiene alla struttura del libro, ho rispettato quasi scrupolosamente le unità di tempo di luogo e di azione, in base alle quali ho stabilito la partizione in capitoli e la distribuzione dei personaggi: giorni 3, capitoli 11, semplici del mondo 3 come i giorni, un semplice al giorno, 2 fratelli, 2 animali, non omogenei quindi ai giorni e ai capitoli perché impegnati nella lotta contro la legge ineluttabile dei giorni.
Un ulteriore messaggio del libro è il seguente: Lottiamo perché gli ultimi non siano più tali.
Due fratelli, Mara e Carlo, dieci e nove anni, fanno fronte da soli alla notizia, ritenuta sicura, della imminente fine del mondo, tentando con vari mezzi – ovviamente tutti inadeguati – di prepararsi all’evento catastrofico. Sperano in cuor loro di salvarsi e cercano di convincere i familiari, i vicini di casa, il cane, il gatto – che non vanno d’accordo e hanno orari e abitudini differenti – a salvarsi insieme a loro. Gli adulti non credono all’evenienza della fine e tentano di distrarre i bimbi da quella fissazione, possibile sintomo di un disagio dovuto a fattori di cui anch’essi sono causa. Per questo si spazientiscono. Ma i ragazzi non demordono, continuano a prepararsi, scegliendo segretamente strade differenti, perché Carlo è della terra e Mara dell’acqua; si ritroveranno però insieme a fronteggiare ciò che minaccia non la Terra e il Sistema planetario, ma la loro vita di bambini. Solidali con loro i disadattati del sobborgo, coloro che sentono l’avvicinarsi degli eventi senza riuscire a comprenderne la natura, perché la sensibilità di un bambino e quella di un semplice del mondo si somigliano, sia per la prontezza con cui recepiscono gli annunci, sia per la difficoltà di comprenderli e farvi fronte. Sullo sfondo, il tramonto della civiltà contadina, l’incombenza della fabbrica, la minaccia della medesima, su un territorio nel quale sono ancora evidenti le tracce della guerra. Il canto, le filastrocche, le invenzioni fantastiche alleviano la pena dei ragazzi, e anche l’attività, la scoperta, la costruzione di barriere e bastoni, la curiosità per le cavità della terra, naturali e artificiali, che inconsciamente richiamano loro la precedente vita intrauterina.
Marisa Zepparelli
I CAPITOLO
DIO O IL SOLE
Agosto ’56. Caldo umido, ombre nette sugli scalini del portone. E se apri la tenda dello stanzino quasi cieco, un tanfo di sorcio t’assale all’istante.
E allora? chiede la nonna.
Mara, con la testa fuori dello stanzino, a tastoni ritrova il secchio.
Anche lo straccio! aggiunge la nonna.
La nipote fa dietrofront così secca, che lo spigolo di una sedia la colpisce a un fianco: la farebbe a pezzi al posto della nonna, ma nemmeno questo si può fare.
Vai un po’ un’altra volta nello stanzino cieco? Singolare spazio a due livelli, con un soppalco sopra il quale sono ammassati coperte e materassi alla rinfusa, sotto la luce vaga di un lucernario quasi tutto incatramato.
Le narici non si possono tappare, la tenda le si chiude alle spalle, e lo straccio è lontano dal luogo del secchio. Damigiane ronchetti falci fettucce scope spazzoloni ceste pomodori e patate. Finalmente sotto i sandali, Mara avverte gli stracci, prima della catena del fuoco, dietro cui s’alza il baldacchino delle cassette.
Con baldanza entra in cucina, con due cenci tenuti a distanza di sicurezza.
Adesso li lavo, dice la nonna.
Tu lava sempre!
Prendi lo spazzolone.
Tornaci tu nel buco! Dai sorci mandi sempre gli imbecilli. Hai coraggio! Come quando abbiamo digiunato perché non si trovava il topo? Non pulite mai il buco, tu e quegli altri!
Quello dorme e soffre d’ulcera, e quell’altra è occupata con le sue cose che nemmeno lava, e mi ci porta il muso. Dentro al buco ci andiamo io e te!
No, io e mio fratello, che ammazza scarafaggi. Novantasette, ieri: non si respirava!
Lo spazzolone mi serve subito!
Nel buco non ci torno!
La nonna si gira peggio delle furie, con le mani gocciolanti, e le misura un manrovescio che un vento le fa chiudere gli occhi.
Quando li riapre, la nonna non c’è più.
Rumore di scarpe lanciate, schianti di damigiane rovesciate, strappo leggero di tenda, dlin dlon del metallo, tonfo d’oggetto leggero che sbuffa, e la nonna arranca coi capelli in fronte, armata di bastone meglio di un guerriero, con agli occhi una fiamma di paura. Le passa davanti sempre con quel vento e Mara si sposta: nemmeno l’astuzia di pensarci in tempo, due volte in nemmeno tre minuti.
La nonna porta sempre il vento con sé.
Meglio andare nella camera della ferrovia, coi gerani alle finestre, a gingillarsi sopra il comò dove la toletta sta in piedi per miracolo e la nonna studia di specchiarsi.
C’è buio anche lì, per via dei vasi incastrati alla finestra le cui foglie formano una siepe. Tra i due letti su un tappeto giallino, i fili azzurri perdono la strada e a fermarsi non c’è sugo, per chi odia le nebbie. Sul letto si sta più sicuri, quello attaccato al muro: da un lato c’è un limite almeno, sebbene un po’ freddo.
Mara oggi ha finito coi buchi.
Dietro ai gerani, il giorno è chiaro, anche troppo, ma nella camera non si sta tranquilli. Alla luce non si scorge traccia di topi, ma al buio si svegliano in branco e cominciano a usare i denti.
Siccome l’estate è lunga, bisogna prenderla con calma, perché un giorno vale quanto una settimana e i pensieri non stanno in riga nella testa. Il silenzio però le piace nella stanza in penombra, lungo il muro quasi bianco. I rumori della cucina si sono smorzati e un ciabattare per il corridoio stretto indica che la nonna viene a dar sollievo alla schiena.
Dormi?
…..
Mara?… Dormi?
Adesso no.
Ti meriteresti un ceffone, lo cerchi!
Mio fratello dentro al buco ci va per gli scarafaggi: gli esperimenti! Ce lo mandi venti volte a prendere le cose?
Lui non ci va, che glielo dico a fare?
Nessuno gli ha dato un boccatone da che so’ viva!
E ieri, quando era a tavola di schiena?
Bello! Così dopo prende la ragione.
Tu sei un vulcano che butta foco e lui è una bestia.
Tolte le ciabatte e ravviate appena le ciocche d’argento sulla fronte, la nonna è ormai sistemata di tre quarti sul letto, che al fianco destro – per chi entra – ha un cassettone col coperchio bombato. Due giorni prima Mara l’ha incrinato al centro, mentre capriolava da un letto all’altro e, dopo il CRAK, s’è rilanciata di schiena con manovra per un pelo non catastrofica: se infilava lo stretto spazio tra il cassettone e il letto, si giocava l’osso del culo.
Chi è stato, eh? Dimmelo!
Ne hai trovata un’altra?
Sei stata tu?
A fare che?
A rovinare il coperchio….
Il coperchio quale?
Vi ci siete lanciati, delinquenti!… Il cassettone veniva da cento battaglie… il nonno ci teneva… Disgraziati!
Ma chi ci va? A fare che?… Non può essere che ci sei scivolata tu?
Quant’è vero che so’ tua nonna, t’ammazzo, bugiarda incallita!
La nonna lancia una ciabatta verso Mara, che però con una curva a gomito guadagna il corridoio e si barrica al gabinetto.
Ci devi stare finché non muori! E quando esci ti batto come un tamburo!
Mezz’ora dopo, la nonna russa come un ghiro e si gira sul letto con mugolii e sbuffi, sì che Mara fatica a sgombrare la testa dalle vene del tappeto, dal muro quasi bianco dove nel sonno s’aprono buchi dai quali escono lenzuola. E ascolta con attenzione, nel caso scricchiolii denuncino il lavorio dei topi nel buio.
Una vespa passa sui cocci della strada lenta lenta e pare in equilibrio precario, i cani del casellante abbaiano a scatti, fissi contro qualcosa che appare e scompare, un’ape entrata nella stanza gira per tornare ai gerani con curve ampie e svitate, incuriosita dalle onde chiare del lampadario che non è un fiore.
Mara si gira contro il muro, nel tentativo di allontanarsi dalla nonna che russa fischiando, e qualche volta il fischio si interrompe e al suo posto si piazza un suono di caverna, un intoppo che ostruisce il passaggio dell’aria.
Che qualcuno bussi sotto quest’afa dannata, qualcuno! E interrompa i cani e i fischi.
Ma la siesta è sacra. Sotto il sole, le cicale padrone cantano in mezzo alle canne del greppo, nel frutteto sopra le buche delle bombe, nella fitta cortina delle acacie.
Il treno delle tre passa alla tre e dieci – TUTUN – e nessuno lo sente – TUTUN – se non qualche gallina che ci finisce sotto. Il gallo poi ruota su se stesso e strombazza come un imbecille, e zia Anna esce dalla tenda gialla:
Oddio oddio! La mia gallina….. E so’ quattro, so’!
C’è solamente il muro qui e non si apre e non si muove e il prossimo anno imparo a giocare e a vincere, a strappare il fazzoletto:
No, non così, la squadra perde! Muoviti che sei un palo, non senti mai i numeri…. Tre! Io, io!
Che caldo, peggio che fuori!
Adesso vado a bere, poi torno e la nonna si alza, così riesco a dormire. Poi a che serve tutto ‘sto sonno? La notte fila come il vento e dicono che è lunga come il giorno, ma non ci credo. Nessuno deve fare più niente, perché arriva la Fine lunedì, le donne del tabacco hanno detto lunedì, alle due. Speriamo che a casa qualcuno rimane, dove vanno se il mondo finisce, dove si può andare? Speriamo che la Luce accecante si ferma alle buche… che i mattoni la fermano, sennò piglia fuoco il tavolo, la botola, gli sportelli del camino… i fiori… E mi piacerebbe sapere la Luce chi la manda. Poteva anche aspettare, così io non c’ero più, e la nonna prima di me. Dove posso andare? Tra le canne basta una scintilla, e appoggiata alla terra fo la morte del sorcio… Stasera lo dico a papà. Tre giorni, da qui a lunedì, e siccome passano dodici treni al giorno, in tutto fanno trentasei…
… trentasei lombrichi da metà corpo s’alzano come serpenti neri, trentasei lombrichi col naso aquilino che vanno all’ultima spesa, prima del crollo del greppo…
Mara ride.
Gente così disciplinata non s’è mai vista, che per giunta non si vergogna del naso aquilino anche se intorno gridano, “Nasoni! Nasoni!”.
Si sveglia con la mano a pugno sullo stomaco e la nonna non c’è. Suo fratello di sicuro sta dietro a qualche catena di bicicletta, con le mani sporche di sugna, oppure giustizia le formiche col fuoco o l’acqua, o gioca a nascondino coi cani che abbaiano.
Che noia questi cani alla catena, con gli occhi come il fondo di un pozzo!
Mara a piedi nudi esce sulla pietra rovente degli scalini. Di fianco cresce l’erba, anche in mezzo alla crepa del muro, fili curvi che il sole scortica.
Da qui a lunedì.
Pallino, il cane con le gambe storte, arranca dal fiume con aria poco convinta: adesso dove trovo un’ombra? L’ocone all’altezza del granaio prende fuoco subito e gli soffia contro, ma lui non ci fa caso.
Carlo, il fratello, si intravede sopra la bicicletta gialla; pedala come un fanatico, e dietro c’è il cugino lemme lemme. Sempre dietro gli va, come lui fosse un sole.
Carlo non sa niente della Luce accecante, e non vuole saperlo, però la sorella ha deciso di dirglielo, gli dirà della Fine!
Arrivato agli scalini, appoggia la bicicletta al muro, mentre il cugino fila dalla mamma.
Perché stai qui, eh? Co’ ‘sto caldo!
Le ranocchie? – domanda lei.
Domani?
Dopo pranzo.
No, eh no! La mattina.
A che ora ti sveglio?
Mi sveglio da me.
A che ora?
Quando so’ pronte, le ranocchie ci chiamano.
Cretino.
Giocondo ha detto che ci regala un cocomero bello, dice.
Tu lo mangi dove ci sono pochi semi e gli altri si accontentano del resto.
In un grande cocomero anche i resti so’ grossi… Entro un minuto. L’acqua c’è? Guarda che mani!
Lo sai di lunedì ?
Vai a Fratta?
Lunedì non si può andare in nessun posto: FINISCE IL MONDO…
E chi… e chi te l’ha detto? Finisce il mondo! Finisce il mondo… Come, finisce il mondo…?
Le donne del tabacco l’hanno detto. Tu dove ti nascondi?
Com’arriverebbe ‘sta fine, sentiamo!
Con una Luce che acceca.
Io vo giù al fiume.
Alle due!
Se la Fine arriva alle due, scendo alle due. Che orario!
E se la Luce non è un fuoco e non ha paura dell’acqua?
Adesso mi lavo, perché la fine è lunedì… L’hai detto a papà? Solo la luce? Può darsi che non scotta. Le cose rimangono, gli animali…
Ma tu sei cieco.
Allora mi nascondo sotto al letto, o vo nello stanzino cieco.
Coi sorci che ballano…
Gli unici a vederci, dopo… Ci vieni anche tu?
No.
Se diventi cieca, io non ti guardo!
Carlo entra in casa e ne esce poco dopo senza guardare la sorella, sale sulla bicicletta gialla, crollando sopra la canna coperta di scritte:
Cane maiale…Non me le devi di’ ‘ste cose!… E se non vieni nel buco, se’ scema! Lunedì si vede… e sennò, buonanotte. Non dirlo a papà, ché bestemmia. Enzo!… Lui lo sa?
Lo sa mammina.
Tutti zitti. Sarò l’unico a rimanere cieco, stronzi!
Dopo le sei, mentre papà si lava al gabinetto buttandosi addosso l’acqua come d’abitudine, Mara è in sala, stanza quasi dirimpetto, a rileggersi “L’intrepido”. I fotoromanzi della mamma non si possono leggere, anche se lì ci sono bacetti e basta.
Il babbo sciacquetta come volesse scrollarsi la rottura di quegli anni persi, e chissà che lordura per terra, lui con le scarpe dell’officina che pesticcia sull’acqua. I segni dell’acido non vanno via ed è inutile nelle feste nascondere le mani per sembrare un lord, o tirare su col naso per sottolineare d’essere istruito, con tutta la geografia che s’è imparata, la Sicilia in cui è stato, il Piemonte. In Albania s’è anche rovinato i denti con l’acqua gelata, ma l’impresa era di quelle memorabili, con o senza denti.
Nella famiglia di Mara i denti sono sempre stati un problema: il papà è senza denti – che poi non è vero perché qualcuno gliene è rimasto, ancora – per la mamma, ogni volta che deve toglierne uno, è uno strazio, a causa delle radici a uncino. In un’occasione il dentista ha perso la pazienza e cominciato a sbattere le pinze sul tavolo, a dire che era stufo di quella bocca maledetta:
Scusi signora… scusi!… Ogni tanto uno dice cose senza senso… Stanotte non poggi la testa, si metta a camminare, se la faccia reggere. Dritta! … Suo marito è in casa?
Il giornalino Mara l’ha passato due volte quando esce il babbo, con l’asciugamano contro gli occhi bruciacchiati dalla fiamma ossidrica. Si gira al fruscio delle pagine e la guarda interrogativo, per il silenzio della casa dove quel fruscio è un bel rumore:
E la nonna?
Dallo zio.
Non si mangia, stasera.
Papà?
Che c’è?
IL MONDO FINISCE, LUNEDÌ!
IL mondo?!… Perché, quale mondo? Il mio è finito da un pezzo… Di lunedì poi!
Le donne del tabacco dicono che arriva la Luce e il mondo finisce!
Speriamo ci mette poco.
Non sopporto che tutto finisce, non lo sopporto!… E non capisco allora perché incomincia, se finisce… Non voglio morì come il passero che m’hai portato … papà! Non voglio che tutto muore!
Il padre s’avvicina lentamente e le posa una mano sulla testa, leggera quella grande mano.
Le donne del tabacco! Lo sai quante volte hanno detto del mondo che finisce? Lo raccontano una volta all’anno.
Alle due, quando non ci sei… Non andare via papà, sta’ con me, dillo al padrone….
Sai che facciamo domenica?
NO! Tu credi che so’ piccola e non capisco?
Andiamo al fiume tranquilli, ché lunedì non succede niente. Giochiamo con l’acqua e arriviamo a casa dello zio ….
E come fai a sapere che lunedì è come domenica?
Tutti i giorni si somigliano, e ormai ne ho visti tanti, anche quelli che sotto la guerra parevano gli ultimi… Un amico s’era convinto di morire domani e tutta la notte m’ha tenuto sveglio. Abbiamo preso una ciucca! La sera dopo invece…
Però morivate voi e basta, mica tutto il mondo. Ma se arriva una Luce più grande della terra, eh?
Che luce? Il sole lo conosci, no? C’è solo quella luce. Mica il sole ammattisce tutt’a ‘n botto?
E Dio? Non può essere Dio? Io penso che sia incazzato e nascosto… sul Libro c’è scritto!
I cattivi sì, ma gli altri?
Gli zii non sono cattivi, ma la piena gli arriva nella stalla.
Qui non arriva né acqua né fuoco e domenica passiamo una bella mattina.
Mara abbraccia il grande papà e lui la solleva per tre giri che vuotano la testa. Poi tutt’e due vanno a cercare Pallino, che aspetta inquieto fuori della porta e uggiola come avesse il problema del tempo anche lui. Quasi scheggia, il cane infila il portone, vira secco in cucina, piazzandosi davanti allo sportello delle paste.
Quella sera, al ritorno della mamma, tutti mangiano col solito silenzio, sbattendo qualche volta sui piatti e le bottiglie. Fuori i grilli hanno alzato la musica, e nessuna voce arriva dalla strada. Tra i grilli e le stelle sale un concerto delicato altissimo, e quel silenzio, greve col sole, sotto l’Orsa è una gioia.